There’s a feeling I get when I look to the west.

Il consiglio che mi sento di darti è: quando non sai cosa dire, mettici un po’ di fica, e niente, magari non c’entra niente, ma almeno sai che cosa guardare. E poi se ascolti il miglior gruppo cover dei Led Zeppelin nel giro di trecentocinquanta chilometri, ci resti malissimo appena sbaglia Stairway to heaven. E pensi che è la vita è così: tutto uno sbagliare le canzoni più importanti, con quella vena generalizzante che ti dà un tono da maestro di vita. There’s a lady who’s sure all that glitters is gold. E’ la storia del mondo e quel ragazzo se n’è dimenticato le sacre liriche. E però lo stesso tutti muovono la testa a ritmo e alcuni fanno sì. E alcuni fanno no a tempo, il chitarrista è bravo e tutto quanto. 
Nel frattempo hai bisogno di un sibemolle. Di cavalcare l’Ombra e accantonare l’Anima perché ci sono mattine di caldo e meningi, sere di sangue e sperma e notti di psiche dappertutto e che sarà mai? 

Penso che dovrò farci pace, prima o poi, con quello stronzo de Il piccolo principe. Prima o poi. A lungo l’ho maltrattato, il piccoletto, perché dicevo che no non è vero che il tempo e la rosa e i fiori e tutto quanto, io c’ho le prove, ma poi era invidia, ho pensato: sono solo cose per piccoli principi, quelli se ne volano via e ti lasciano nella merda qui a pensare al deserto e al grano e ai macomunqui.

Io che c’entro? Io nulla. Io soltanto scrivo che il mondo è fatto di navi sbagliate, imbarchi sbagliati e treni e scarpe e rose e vestiti sbagliati.
Mi innamoro di sorrisi e dei capelli e dei culi. E penso che non me ne frega niente. Che aspetto ogni notte che apra quella finestra come in quel film eccetera eccetera ma in fondo non lo so mica.
Guardo la luna e le stelle e sorrido, penso che qualsiasi scelta sia dignitosa, molto meno le conseguenze. Sorrido e penso che è tutto uno spreco di occhi, di mani sfiorate, di amori, di intenzioni e soprattutto di culi.

Se non ci incontreremo più in questo mondo, allora ti incontrerò nel prossimo e non fare tardi. Non fare tardi.

Il vento che soffiava ieri dentro il ficus, quello immenso al centro dei Giardini, era chiassoso. Ho pensato: «la città è ispirata», ma non ricordo se l’ho detto. Il vento si porta via anche le parole, talvolta. E forse è così l’ispirazione: tu sei Città e un vento scompiglia tutte le foglie secche al tuo interno, ed è boato, una forza sconosciuta, ma a volte non sai stare, se non in silenzio. Ero seduto che intorno volava tutto e un po’ anche io, ma solo dentro. Mi è venuta per qualche minuto voglia di andare a vedere il mare. Dall’alto di viale Reginaeccetera si dispiegava una carta crespa verdemare, ma niente di più. Diresti: tutto qui? – alle persone imbarcate per Civitavecchia o Napoli o Vattelappesca, le uniche capaci di sentire l’odore del sale in giornate di maestrale francese che si ripulisce sulla neve.
Ma comunque.
Mi è venuta voglia di vedere il mare. Ci abbiamo pattinato sopra, io e Duncan, frustati ai fianchi dall’aria fredda di notte. Le stelle c’erano, qualche nuvola disciolta nel tramonto, e i pensieri e immagini e odori disciolti nel sangue. Duncan avanzava sulla sua andatura claudicante, incappucciato. Mi sono riparato dal vento nel buio di una curva, dietro una grossa pianta. Si vedeva il neon del chiosco e un aereo davanti alla Sella. Rimuginavo su tutte quelle storie: quelle del giorno prima della felicità, che è anche meglio di quello della felicità, ma lo sai solo due giorni dopo. O quello che le persone sono felici, nei loro frattempi. Come in quel racconto. Sento un’energia, è un moto inquieto dentro lo stomaco, moto d’aria e sangue, elettricità e angoscia, mischiati con la mia voce, che quella ancora mi resta dentro e quando parlo viene fuori il miele che tutti sanno. La bellezza dovrebbe somigliare a uno di quei vestiti che mi tolgono il fiato, agli occhi, a quel profumo che piace a me e ai ma comunque. Col tempo ho imparato a non aspettare, non troppo spesso. A incantare una bocca e sperare che essa si dimentichi in fretta, e sperare che io mi dimentichi in fretta. Guardo il cielo e penso poi ai miei occhi. Mi piacciono, eppure ci vedo male, c’è poco da fare se non indossare gli occhiali. Quando ci vedi poco i contorni sono tutti un po’ più indulgenti con la realtà. Permettono alla luna di essere dieci volte più grande, e ai sorrisi di sorridere senza indecisioni e impari che la bellezza sfuma da un dettaglio all’altro.

Ho pensato a lungo, in quei quaranta secondi di pausa. I pattini fremevano, li sentivo scricchiolare sotto, scaldarsi un po’ i cuscinetti, ma non gli ho dato retta. Passava dietro di me uno in bicicletta. Il suo lampeggiante rosso mi ha superato con uno schiocco di campanello, ho fatto in tempo a vederlo sfumare oltre Duncan. Poi ho riguardato verso il mare. C’era buio e il mare era cielo, e viceversa.

Old fashion’d.

La Città delle rocce ha il vizio di un vento perpetuo. E dei fiori viola sui Giardini pubblici e le vie che arrivano dal mare. Le Jacarande fioriscono solo alla fine della primavera, quando tutti sono distratti, ed è in quel momento che rischi di innamorarti. Oggi non è come d’estate. D’estate è meglio la zona mia, quella d’origine, quella occidentale: racconta meno storie e il fondale taglia i piedi, ma offre colori più intensi, e d’estate hai bisogno di sensazioni scure. D’estate Cagliari sembra quella canzone dei Noir Désir, strimpella con le onde e i chioschi sulla sabbia e i bambini, e i rosai con le infradito, e le bottiglie scure di ɭchnusa eccetera. Oggi invece il vento fa danzare gli anelli delle bandiere del Lirico. 

Mi piace quel rumore, sembra la voce di una ragazza allegra, come piacciono a me.
I Quattromori e il Verdebiancorosso sono gli unici colori di quella piazza bianca di vento. E, di sera, sibila l’aria umida di sale dentro le orecchie.
I fenicotteri transitano sul lungomare. Dall’alto lo vedono ogni sera mentre ti promette la fuga con l’acqua e te la vieta con la sabbia. Il cielo è carta bruciata ai bordi.
Se sei fortunato, non passano troppe persone, tanto che se stai un po’ zitto, quando è calato il sole riesci a sentire piegarsi ciascun filo d’erba alla tua destra, e le braccia del gruppo di taichi alla tua sinistra, e le macchine che trottano tra i dossi artificiali e scappano via nelle luci del paese laddietro. Le stelle stanno zitte, quando scansano le nuvole e si incendiano.
E quello, il vento, ripulisce la strada e spettina un poco i capelli, facendo boccoli soltanto di quelli che sono nati liberi, e scappano via dal collo e ci ritornano ad aprile, come piacciono a me.

Kimi wo nosete

Questa settimana ho rischiato di andare a New York. Io manco ci volevo andare. Figuriamoci. Non in quel periodo, non a Nuova iorc. In realtà è stata un bel catorcio di settimana, di quelle che rischi di andare a New York quando non vorresti, eccetera eccetera. Ho lasciato il giornale. Sono un po’ spaesato. Tipo quando corri ad ascoltarti quelle musiche di Hisaishi, giusto per essere sicuro che non sono cambiate dall’ultima volta, che Laputa è davvero così bello, e il coro dice che ti porterei sulle spalle e vedremmo il cielo da lassù e tutti i vattelappesca della città delle rocce, che hai voglia di restarci male se passa a prenderti bio e pensi: che scemo sei, vecchio scrittore. 

«Have you ever buried your nose in a mountain of curls, just wanted to go to sleep forever?»

«Have you ever buried your nose in a mountain of curls, just wanted to go to sleep forever?»

Dietro casa.

L’unico posto libero nell’autobus è a fianco a una ragazza. Un po’ troppo magra, ma bellissima. Boccoli neri e labbra carnose. Ha le cuffie, le chiedo: è libero? 
Mi fa accomodare. Inforco le cuffie nere del lettore mp3 bianco. Sento il sole scaldarmi una guancia. Lo sento sui capelli ed è una bella sensazione.
Mi assopisco lieve, immagino suoni, profumi e colori. Fuori scorre un cielo azzurro elettrico e nuvole bianche come quella musica di Einaudi. Dentro stiamo tutti fermi, e tutti andiamo avanti. Si vede una luna bianca.
E’ difficile, perché non ho appuntato niente e ora le sensazioni sono viscide e scappano via dalla mia mano.
Riguardo alcune fotografie.
C’è questa fascia nera con dentro una certa donna bellissima che ride come una bimba. Mi viene in mente il suo odore.  Le nuvole, poco dopo, si fanno più strette. Il sole dietro di esse è diventato bianco e la sua luce non scalda più, ma solo per qualche minuto. Paolo canta La schiena. Dice: prendi posizione, viaggia. Dice: tutti i respiri che ho. 
Mi addormento. Sogno di addormentarmi, o qualcosa del genere. La bella ragazza al mio fianco si addormenta e la testa comincia a ciondolare a ritmo delle buche nell’asfalto. E uno, e due, e tre. Si appoggia alla mia spalla, ma non è comoda. Non lo è mai stata, e a volte io ho pensato come vorrei che fosse un po’ più comoda. Si sveglia, e mi sveglio. Mi chiede scusa, imbarazzata sorride. Si appoggia al vetro dell’autobus, ma nemmeno quello ne sa tanto, in quanto a comodità. 
Riguardo le foto. Sorrido. 
Piove leggero, di quella pioggia sottile che colora un po’ il mondo ma non lo bagna. 
Sorrido. 

Il lento.

Nicoletta era magrissima e alta almeno due volte me. Mi ricordo che aveva le dita ossute e i capelli chiari. Quando penso ai suoi capelli ricci mi viene in mente che alla radio passavano quelle canzoni che un po’ ti devi vergognare, e un po’, di nascosto, te le riascolti. Io ero innamorato pazzo di Kelly, quella bionda di Beverly Hills, ma non ne avevo mai visto una sola puntata. Ed Emma, quella delle Spice Girls eccetera. Tutti quanti conoscevamo il Grande Real, Happy Days e Ralph Malph. 
Marta ci porta da bere. Si alza dal divanetto - di fronte a noi - la prima fidanzata della mia vita, era all’ingresso che telefonava, poco prima, poi si era accomodata coi suoi amici. Non li avevo praticamente mai visti. Si alza mostrando con meno gloria di quanto si possa pensare i pizzi del suo intimo, e va a farsi i fatti suoi. Valeria era una cosa della scuola media, non dico ai livelli di Rosa Pinelli e Bandini eccetera ma diciamo che. Non sapeva nemmeno cosa fosse, il tanga, allora. Era il 1997 e Celine Dion la imparavi a memoria, pure se non volevi. E Volpi e Poggi erano spariti, e non solo in campo, ma anche sulla carta che avvolgeva le bubblegums rosa e amianto. E tu e Chicco le rubavate al mini market sotto casa e uscivate di casa piegati in due dalla botta di vita, e fuori splendeva il sole e l’asfalto sembrava meno liscio, l’acqua delle fontanelle meno fresca, a luglio, le carte telefoniche meno telefoniche.

Che poi non è che me li ricordi proprio tutti i nomi. O le circostanze, o vattelappesca. Per dire, quando ti tuffi in memorie così lontane e spensierate ti rimangono soltanto i suoni e i sapori. Nicoletta un giorno me l’aveva chiesto: «Ma cosa ne pensi di Valeria?». Eravamo in classe insieme. Tutti quanti.
Quelle due erano sempre insieme, giocavano a pallavolo. Io, ovviamente, di Valeria non pensavo nulla. Ero molto più attento a Veronica, essenzialmente quella di quel nuovo calciatore francese della Juve.
Duncan era là che si guardava Titanic in prima visione, innamorato della sua amica, e probabilmente io ero qualche sedile più in là. Ma questo l’avrei scoperto tantissimi anni dopo. Precisamente sabato.
Il primo bacio in quegli anni lo davi davanti a tutti i tuoi amici, seduti in cerchio, per colpa di qualche gioco idiota. Non ho la pretesa di indurire la storia. Ero cotto e cantavo “vorrei dirti vorrei” e lei mi scriveva le lettere d’amore e si metteva il rossetto e ci stampava sempre un bacio sullo spazio che lasciava bianco apposta. Allora non sapevo scrivere le lettere. Ero un timido della scrittura, e mi sembrava una cosa da femmine. ‘Stamattina sono andato a rileggermene qualcuna delle sue, e ancora profumavano tutte di Unbreak my heart. Mi chiedeva, in una, se anche a me era piaciuto il lento della sera prima. Qualcuno aveva avuto la brillante idea di spegnere le luci di qualche salotto, e mettere il lento. Mi piaceva da morire quando mettevano il lento. Dio buono, non l’avevo mai detto da allora: “il lento”. Erano tempi sciocchi, in un certo senso. Mettevi una cassetta e dicevi ti voglio bene, ed era tutto più che sufficiente. Lei ci sapeva fare più di me, in quanto a baci, per cui, dopo aver declinato l’invito per vigliaccheria un paio di volte, la terza le nostre labbra si appoggiavano eccetera eccetera. Poi mi piacque e imparai a decidere il come e il quando, ma questo non importa. Zucchero cantava di sere d’estate, e Robert Miles inventava la techno, o qualcosa del genere, non ci ho mai capito niente. Il piccolo cinema di paese faceva gli spettacoli delle 16.30. Andavamo a vedere il Ciclone. Eccetera eccetera.